“Se la foto non ti è venuta bene, vuol dire che non ti sei avvicinato abbastanza”.
É la famosa frase del fotografo Robert Capa, pseudonimo di Endre Erno Friedmann. Frase ormai pronunciata con leggerezza da molti, frase citata da fotografi professionisti per spiegare diaframmi e tempi.
Frase che ha generalizzato, e un po' perso, il suo significato.
Quello che intendeva Capa, infatti, non era una prossimità solo fisica, bensì emotiva. Il fotografo doveva essere vicino al soggetto, conoscerlo, capirlo. Doveva immedesimarsi in lui, doveva essere il suo specchio.
Robert Capa era un fotografo coraggioso. Era un fotografo, ma soprattutto un ascoltatore, uno scrutatore.
Nato nel 1913 a Budapest da genitori ebrei, Endre era un giovane libero e gioviale, in età adolescenziale un seduttore, festaiolo con una visione edonistica della vita. Allo stesso tempo, però, era estremamente interessato alla letteratura, alle arti e alla politica.
Si identificò poi con idee politiche di sinistra, partecipando a molti scioperi e manifestazioni di protesta.
Endre Friedmann voleva fare il giornalista, per diffondere le idee progressiste che condivideva, ma viveva in un luogo e in un'epoca dove tutto ciò era molto difficile da realizzare: un'Ungheria fascista e antisemita.
Nel 1931, a soli diciassette anni, Friedmann viene arrestato dopo aver preso parte ad una manifestazione antigovernativa ed è costretto a scappare dal suo Paese.
Arriva a Berlino, dove si iscrive alla Facoltà di giornalismo della Deutsche Hochschule für Politik e svolge molti lavori occasionali per pagarsi gli studi.
Poco dopo viene assunto dalla prestigiosa agenzia Dephot come assistente del laboratorio fotografico: un'occasione d'oro per Friedmann.
Il direttore Guttmann non tarda a notare il talento del giovane, che lo invia a Copenhagen e altre città.
L'ascesa di Hitler costringe però Friedmann ad un nuovo esilio, stabilendosi a Parigi, città chiave per la sua formazione.
Qui conosce molti fotografi, tra cui Henri Cartier-Bresson e André Kertész.
Nel 1934 Friedmann incontra Gerda Pohorylle, ebrea tedesca di origine polacca, di cui si innamora.
Nel 1936 Gerda, vedendo le difficoltà del compagno a pubblicare i suoi lavori, lo ribattezzò con il nome di Robert Capa, inventandogli l'identità di un elegante e misterioso professionista americano, più adatta a suscitare l'interesse degli editori parigini.
Gerda Taro (così si ribattezza) presenta i lavori di Robert Capa e tutti fanno a gara per le fotografie di quel genio dal nome hollywoodiano.
Nel 1936 parte per la Spagna a documentare la guerra civile in favore della Repubblica.
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mercoledì 18 dicembre 2013
venerdì 15 novembre 2013
Questo articolo è libero di scegliere cosa sia per lui la libertà
“L'uomo crede di volere la
libertà. In realtà ne ha una grande paura. Perché? Perché la libertà lo obbliga
a prendere delle decisioni, e le decisioni comportano rischi.”, scrive Erich
Fromm nel 1980.
La libertà (dal latino
“libere” ossia far piacere, aggradare) è il lusso di chi fa ciò
che gli piace; l'uomo libero, per gli antichi, è solo colui che non è
sottoposto ad alcun padrone.
[…] Voi potete soltanto
essere liberi quando perfino il desiderio di cercare la libertà diviene per voi
una bardatura, e quando voi cessate di parlare di libertà come di un traguardo
e di un compimento”, scrive invece Khalil Gibran ne “Il Profeta”: la libertà,
quindi, non deve essere intesa come valore da compiere come scopo delle nostre
azioni.
La libertà è intrinseca alle
nostre azioni ed è il frutto di noi stessi.
La libertà è avere il
coraggio di urlare la propria opinione, è essere sé stessi nonostante la società
delle apparenze sia il mondo in cui oggi viviamo; la libertà è scegliere
con la propria testa senza che nessuno scelga per noi.
Libero è colui che è
consapevole di sé stesso e che si mette in gioco stigmatizzando la propria
persona.
Liberi sono coloro che
ballano la danza più bella del mondo che è la vita, e che si disinteressano del
giudizio altrui.
La libertà è l'elemento
fondamentale della nostra vita: senza essa, l'uomo non è tale.
“Dalla nascita alla morte, dal lunedì
alla domenica, da mattina a sera, tutte le attività sono organizzate e
prestabilite. Come potrebbe un uomo prigioniero nella ragnatela della routine
ricordarsi che è un uomo, un individuo ben distinto, uno al quale è concessa
un'unica occasione di vivere, con speranze e delusioni, dolori e timori, col
desiderio di amare e il terrore della solitudine e del nulla?”
(Erich Fromm,
“L'arte di amare”, 1956).
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